La Lavanda dei Piedi


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La storia

Pesca Trapanese


Storia e parole in gergo marinaresco

Nel lungo corso dei secoli la pesca è stata per Trapani e per i paesi costieri della sua provincia non solo la principale attività,fonte primaria della sua economia,ma la vita ed una dei fattori della sua civiltà.
E’ un’attività che risale ad alcuni migliaia di anni prima di Cristo. Lo confermano le pitture in nero del periodo neolitico,periodo che si fa risalire all'epoca della pietra scheggiata,anteriore alla età dei metalli, appunto tra il IV millennio a.c. ed il 1° a. C. , che si trovano nella cosiddetta grotta del Genovese a Levanzo. Nelle pareti di quella grotta,fra altre immagini, sono chiaramente riprodotti due grossi tonni,con la pinna dorsale ben in evidenza.
E non si tratta soltanto di immagini che l’anonimo pittore ha visto solcare il mare ,ma la rappresentazione di pesci pescati e mangiati,se,tra gli avanzi dei pasti di questi uomini primitivi, sono state trovate intere vertebre di tonno.
Ciò ci fa supporre che la pesca, del tonno fin da allora fosse praticata per procurarsi il cibo e non solo a Levanzo,ma lungo tutta la costa del trapanese, unitamente ad altri pesci di minore mole ed ai molluschi, come lo testimoniano gli avanzi di cibo trovati in altre grotte: nella grotta Emiliana sotto Bonagia, nella grotta Mangiapane ed in quella del Crocefisso sul Monte Cofano, di S. Margherita nel Golfo di Catellammare.
Ma quasi certamente anche i paleolitici (10 mila anni a.C .)
Hanno praticato la pesca, sia pure con mezzi primitivi, con lance di selce e con lenze di fibre vegetali e di crini di cavalli, oppure, verosimilmente,con specie di canestri di fibre vegetali, antesignani delle odierne nasse.
Incerta resta l' origine delle reti la cui introduzione in Sicilia In alcuni è attribuita alle popolazioni levantine, ma potrebbe essere stata anche un' invenzione siciliana per una considerazione di natura antropologica. Infatti, l’antropologo Oswald Menghin asserisce che il primo stadio preistorico che trovi riscontro in epoca presente si riflette nella cultura dei Pigmei viventi oggi in vari parti dei mondo.
Ebbene, ancora ,oggi i Pigmei per la cattura di grossi animali intrecciano reti con erbe e fibre vegetali secche.
Per tale ragioni si può presumere che le prime reti siciliane potevano essere di “ddisa” largamente e spontaneamente producentesi i Sicilia. In ogni tempo il Mediterraneo, ricchissimo di ogni tipo di pesce ha rappresentato per le popolazioni rivierasche una inesauribile riserva alimentare. Lo testimoniano autori classici come Eliano (III secolo a.C.) e Oppiano (II secolo a.C. ) ,che asseriscono la presenza di balene nel Mediterraneo, delle quali erano abili pescatori gli abitanti di Citera.
Oppiano descrive l'incontro delle navi con branchi di acciughe che arrivano anche a fermare le navi nonostante gli sforzi dei rematori e conf'erma la presenza di branchi di tonni. Inoltre, a Levanzo, fra gli avanzi dei pasti umani, stato rinvenuto un osso di foca, del pelagius monachus a testimonianza che gli abitanti pescavano anche la foca.
La rappresentazione di un polpo in un vaso del IV secolo a.C. ci testimonia la sua presenza nei nostri mari,mentre Marziale ci assicura la presenza di gustose murene.
Indubbiamente anche allora il Mediterraneo doveva essere popolato degli stessi pesci che si pescano adesso.
Arrivato il cristianesimo nella nostra provincia, il pesce dovette ricoprire grande importanza sia perchè era stato assunto come simbolo del Cristo (in greco ichtus significa pesce,ma ogni lettera è l'iniziale di ciascuna delle cinque parole Jesus Christus Dei Unigenitus Salvator) e sia perchè nei giorni di astinenza era un cibo obbligatorio.
I Normanni e Federico II,che costruirono una potente flotta, dovette sicuramente potenziare la pesca, tanto che ,cessate le guerre tra Angioini e Aragonesi in Sicilia, nel 1306 si parla di esportazione di tonnina dalla sicilia a Napoli.
E’ proprio in questo periodo che si costituisce a Trapani la prima corporazione di pescatori, una corporazione così numerosa e potente che intervenne efficacemente durante l'assedio della città del 1314, in uno con tutta la popolazione, resistendo eroicamente alla flotta angioina e alle tremende macchine di guerra montate contro le mura della città.
Cessato l’assedio,Federico III,con un privilegio del 26 febbraio 1315, concede ai pescatori trapanesi, in segno di gratitudine, l’esenzione da tutte le gabelle. Dice il documento : " Considerantes qod piscatores ipsi tempore cuo dicta terra ab ostibus nostris tenebatur obsessa grata fidei et devotionis obsequia in tuitione ipsius terre et allia que agenda fuere nostro culmini constanter ièsius terre et alia que agenda fuerer nostro culmini constanter et fidaliter prestituerunt “ Esso ci è stato tramandato in una copia del XVII secolo che appartenne fino al XIX secolo alla maestranza dei pescatori , trafugato venne recuperato nel 1952 dal notaio Bartolo Barresi con altri privilegi del XV e del XVI secolo. Da questi documenti si rileva come la maestranza dei pescatori trapanesi godesse di molta floridezza e come fosse abbastanza fiorente a Trapani l'attività della pesca.
Da gabelle e da calmieri si può ricavare che si pescavano e si vendevano anguille, tonni murene, asinelli, sarde, vope, sgombri e pesci non certamente identificabili chiamati allora “
ismiriddi” pesci di sciabica.
Un segno di prosperità dei pescatori trapanesi è l’erezione nella chiesa dell’Annunziata di una propria Cappella (la prima a destra guardando l’Altare maggiore) mentre i pesci hanno gran parte nelle raffigurazioni dell’arte trapanese: basta ricordare i tonni dipinti nelle tavole del soffitto della Chiesa di S.Agostino (oggi Museo di Pepoli), i pesci delle ceramiche trapanesi , nonché i due pregevoli pavimenti. In mattonelle di terracotta e smalto rappresentanti uno la mattanza dei tonni e l’altro la pesca del corallo, entrambi al Museo Pepoli.
Passando ora agli strumenti di pesca abbiamo innanzi tutto ricordare la barche remo-veliche usate largamente ed esclusivamente fino all’evento del motore a scoppio.
Fra questa viene
la paranza,una barca grande con albero e antenna, a vela triangolare. Il suo nome viene da paru (paio)in quanto queste barche solevano precedere a due due con una rete che andava dall’una e dall’altra, detta rete a strascicu o sciabica (sciabica o rezzuola). E’ una rete larga rettangolare, con piombi che la fanno calare a fondo e, sul lato opposto, sugheri per tenerla a galla e distesa. Tale rete si trascina dietro ogni tipo di pesce e da qui il nome siciliano strascicu.
Una barca tipica Trapanese era
il buzzo, oggi del tutto scomparsa: era una barca di circa sei metri che veniva usata per andare sottocosta con le nasse e le reti a sacco.
Una barca che veniva usata principalmente per il trasporto del sale e di merci era
lo schifazzu. Quello usato alle saline, il “Mekallè”, era lungo mt.9,70, largo mt.3,5 e aveva 13 tonnellate di stazza lorda: poteva trasportare fino a 20 tonnellate di sale. Fino al 1968 era a vela triangolare, poi fu allungato di quattro metri e vi fu installato il motore.
Gli strumenti di pesca erano la:lenza, un lungo filo, originariamente fatto di setole dì cavallo legate insieme alle quali si attaccava
l’amo per prendere i pesci. Oggi le setole di cavallo sono state sostituite dal filo di nailon;
Il trainu, lenza lunga,attaccata alla barca con all'estremità un aggeggio per attrarre i pesci;il palangaru, una lunga lenza che porta alla sua estremità più ami;
la nassa,un cestello con un’apertura ad imbuto per cui i pesci che vi entrano non possono più uscire;
Il coppu, una rete conica legata alla base con un cerchio di legno portante un lungo manico, usata per catturare pesci a vista o con lo specchiu, un cilindro in lamiera aperto su una base e sull’altro chiuso da un vetro, che consente di vedere fino ad una certa profondità;
Il cianciolo, una rete rettangolare con i piombi alla base inferiore e sugheri alla superiore, che viene lanciato in mare da una arca la quale poi compie un moto circolare in modo di racchiudere dentro i pesci e che poi, nel tirarla, si chiude a sacco;
Il rizzagghiu (giacchio), sorta di rete con piombi che viene lanciata dalla barca e anche dalla riva e che andando a fondo si chiude tirando una corda passata intorno all’orlo;il tartaruni, una rete simile alla sciabica,usata per prendere piccoli pesci;
Il palamitaru (palamita), per prendere palamite.
Le reti erano e sono fatte a maglia più o meno larghe a seconda del pescato che si vuole prendere. Una volta le maglie erano filate con setola di cavallo, ora sono fatte in nailon.
Una pesca relativamente recente è quella con la lampara, Sono barche che portano una grossa lampada, alimentata a petrolio e a gas,che la notte con la sua luce attira i pesci che poi vengono pescati con le reti oppure con lo specchio e il coppu.
(Antonio Calcara)



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